Marco Ghirello
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Videosorveglianza Vs Privacy: la guerra per i dati personali
La scusa della sicurezza è davvero un pretesto valido per controllare ogni cittadino?
Negli ultimi tempi, mi è capitato di imbattermi in diversi annunci trionfali che celebrano nuovi impianti di videosorveglianza installati sulle nostre strade. Ogni volta, la scusa principale che viene usata per giustificare l'installazione di questi sistemi è quella del problema sicurezza, come se le telecamere fossero un talismano tecnologico capace di risolvere ogni malanno. Queste iniziative, particolarmente invasive per quanto concerne la nostra privacy, mi hanno convinto ad affrontare in questo articolo, il delicato argomento che riguarda la tutela dei dati personali.
In Italia, il numero di telecamere installate per il monitoraggio del territorio, cresce con una costanza senza eguali, paragonabile solo alla puntualità con la quale arrivano nuove tasse. Ogni anno, tra le vie di grandi città e piccoli paesi, vengono installate nuove telecamere come fossero dei fiori ornamentali, una sorta di tulipani versione 2.0. Se ne trovano a decine in prossimità dei semafori, piazze, davanti alle scuole, nei parcheggi e in tanti altri luoghi di passaggio.
La motivazione di fondo è sempre la stessa: "più occhi, più sicurezza". Una formula semplice, rassicurante e che in tempi difficili come quelli in cui viviamo, trova terreno fertile nelle menti delle persone, convinte senza troppa fatica che sia il modo giusto e più pratico per aumentare la loro sicurezza. Sarà davvero così?
Il punto cruciale che mi preme ricordare è che ogni telecamera non cattura solo delle immagini generiche, ma cattura i volti di persone reali, i volti che appartengono ad ognuno di noi. Un sistema che invade le nostre vite e le nostre abitudini, creando in pochi secondi, nuovo materiale digitale che alimenta un'enorme raccolta di dati personali.
In breve tempo, tutto quello che facciamo fuori casa viene registrato, analizzato e archiviato all'interno di grandi database, fruibili a soggetti che noi non conosciamo. Più che un'evoluzione tecnologica a me pare un incubo. Per fortuna e non lo dico per sentito dire, tutto questo processo di sorveglianza è regolato da rigide normative, create per tutelare la nostra privacy. Queste regole, le possiamo trovare nel testo del GDPR.
GDPR e DPO: cosa sono e a cosa servono
Il GDPR o Regolamento (UE) 679/2016, approvato nel 2016 ed entrato pienamente in vigore il 25 maggio 2018, viene spesso evocato come un'entità burocratica fatta apposta per complicare le cose semplici e per certi versi potrebbe anche esserlo. Anch'io in passato non ho risparmiato critiche a questo sistema, ma oggi più che mai, ho capito che è davvero molto utile per tutelare in modo efficace la privacy delle persone e forse è anche l'unico mezzo di tutela che abbiamo a disposizione.
Il GDPR stabilisce regole fondamentali: chi è autorizzato a trattare i dati, per quali scopi, entro quali limiti e soprattutto con quali responsabilità. Questo regolamento impedisce tra le altre cose, che la videosorveglianza si trasformi in un vero e proprio far west digitale e dovrebbe guidare ogni scelta degli amministratori, prima ancora di decidere dove piazzare la prossima telecamera.
Tra le principali figure di controllo introdotte con l'applicazione del GDPR spicca quella del DPO, (Data Processing Officer) ovvero il Responsabile della Protezione dei Dati. Questa figura di garanzia, almeno sulla carta, dovrebbe essere "la voce della coscienza" di ogni amministratore: indipendente, competente, capace di dire "no" quando serve e di ricordare che la privacy non è opzionale, ma un diritto fondamentale di ogni cittadino, come spesso viene sottolineato anche dal GPDP (Garante per la Protezione dei Dati Personali).
La figura del DPO è stata creata per valutare i rischi, verificare la proporzionalità dei sistemi di videosorveglianza, controllare che le immagini non vengano conservate più del necessario, assicurarsi che gli accessi siano tracciati e che le informative siano comprensibili. La presenza di questa figura specifica e del regolamento scritto, dovrebbero farci stare tranquilli, ma trattandosi dei nostri dati personali, ritengo che sia dovere di tutti noi cittadini, monitorare scrupolosamente che tutto sia fatto con la dovuta attenzione e in totale trasparenza.
Evoluzione del controllo sociale: qualcuno ha detto Cina?
Se vogliamo capire veramente dove potrebbe portare l'adozione della videosorveglianza massiva in occidente, basta guardare a quei paesi dove questa tecnologia è diventata un'infrastruttura di controllo, come avviene già da diverso tempo in Cina. Per il gigante asiatico, le telecamere sono diventate un ecosistema digitale indispensabile per mantenere il controllo sui cittadini.
Riconoscimento facciale, tracciamento in tempo reale, punteggi sociali, correlazioni automatiche tra comportamenti e conseguenze amministrative, sono solo alcuni esempi di come la Cina controlli ogni aspetto della vita delle persone. Ovviamente non serve arrivare a quei livelli per capire il rischio che stiamo correndo, ma basta osservare come una telecamera alla volta, si stia normalizzando l'idea che lo spazio pubblico debba essere costantemente monitorato. Per la nostra sicurezza, ovviamente.
Qualcuno dirà che "l'Italia non è la Cina" e certamente non lo è, ma la pressione psicologica che stiamo subendo sta aumentando notevolmente e questo mi porta ad essere piuttosto pessimista. Ci hanno convinto che "serve per la nostra sicurezza", continuano a dire che "non c'è nulla da temere" e poi si finisce per accettare come inevitabile ciò che inevitabile non dovrebbe essere.
Una differenza sostanziale con la Cina è che dalle nostre parti il controllo tramite videosorveglianza non è ancora pienamente centralizzato, ma in un futuro non troppo lontano lo diventerà. A tal proposito, lo Stato italiano sta investendo molto sulla diffusione capillare di questo tipo di tecnologia. 1 Sono solo congetture? Forse, ma io non mi sento di escluderlo a priori.
La tutela dei nostri dati biometrici, rappresenta la sfida più importante per cui dobbiamo lottare: impronte digitali, tratti del volto, geometria della mano, iride, voce e addirittura il nostro DNA. Non sono semplici informazioni, sono estensioni del nostro corpo, caratteristiche uniche che identificano in modo inequivocabile la nostra persona e che se venissero rubate oppure utilizzate da terzi a nostra insaputa, non potremmo cambiare come si farebbe di solito con una password.
Quando un sistema di videosorveglianza integra il riconoscimento facciale, non si limita più a registrare chi passa, ma identifica i volti, classifica la persona e successivamente archivia i dati. La tecnologia moderna, ha compiuto un salto qualitativo enorme, perché trasforma ogni volto in un codice univoco permanente che viene tracciato e rintracciato a nostra insaputa.
La retorica della "sicurezza" tende a minimizzare questo aspetto, ma la verità è che i dati biometrici, una volta compromessi, non si recuperano più. Non puoi sostituire la tua faccia come faresti con un PIN e per questo motivo il loro utilizzo dovrebbe essere l'eccezione assoluta, non la normalità che qualche illuminato filantropo vorrebbe introdurre.
Troppe persone sottovalutano il problema
Se da un lato mi consolo, perché molti amici condividono le mie stesse preoccupazioni, dall'altro vedo una notevole superficialità di molte persone quando si parla di videosorveglianza e privacy. Spesso si giustifica l'installazione massiva di questi sistemi con la buonafede di chi dovrebbe tutelarci e frasi prive di contesto come "male non fare paura non avere" diventano il filo conduttore per giustificare una nuova forma di controllo sociale.
Proprio questa frase, sembra sensata finché non la si applica alla vita reale: nessuno lascia la porta di casa spalancata quando esce, né l'auto aperta quando parcheggia, pur non avendo nulla da nascondere o fatto del male a qualcuno. Il fatto è che noi proteggiamo ciò che è nostro non perché siamo colpevoli di qualcosa e temiamo ritorsioni, ma perché è un nostro diritto tutelare ciò che ci appartiene da chi potrebbe portarcelo via.
Sembra impossibile, eppure quando si parla di privacy e tutela dei dati personali, molte persone sono pronte a rinunciare a tutto in nome di una fantomatica sicurezza che le telecamere, da sole, non possono garantire. Purtroppo questa tematica non viene percepita con la dovuta attenzione e, in molti, fanno finta di non vedere quanto influiscano sulle nostre vite questo tipo di tecnologie.
Questa leggerezza diffusa, che mi sembra stia diventando sempre di più una resa culturale, permette a chi promuove l'uso massivo della videosorveglianza di operare senza un contraddittorio e senza trovare alcuna resistenza da parte dei cittadini, ancora troppo poco informarti su questo argomento. Dovrebbero essere fatte molte più domande agli organi di competenza, la stampa dovrebbe alimentare il dibattito e in questa situazione, i dubbi che qualcuno potrebbe avere, lasciano spazio alla rassegnazione.
Siamo tutti colpevoli o innocenti?
Fra le innumerevoli funzioni legate ai nuovi sistemi di videosorveglianza, la lettura delle targhe automobilistiche, rappresenta una delle caratteristiche più amate da chi vuole a tutti i costi la nostra sicurezza. Questi occhi elettronici, sono in grado di rilevare se gli automobilisti sono in regola con il pagamento del bollo auto, l'assicurazione e quant'altro, proprio mediante la lettura della targa. Tutte informazioni che sono già note ai vari enti di competenza come le regioni, la motorizzazione e uffici simili.
Ad una prima analisi sembra una motivazione giusta e legittima, fatta per tutelare chi paga le tasse e smascherare i soliti furbetti, ma poi pensandoci un attimo, si capisce immediatamente che alla base del controllo c'è il presupposto che siamo tutti potenziali evasori. Per noi cittadini onesti, che le tasse le paghiamo davvero, si tratta di una tragica beffa, perché tutti i nostri sforzi per comportarci in modo corretto vengono vanificati da una telecamera che sospetta del nostro comportamento, almeno fino al termine della verifica.
Sorrido amareggiato, perché mi sembra evidente che la presunzione d'innocenza, principio cardine del diritto penale, sancito dall'art. 27 della Costituzione italiana, evapori istantaneamente non appena si proceda con l'installazione di una nuova telecamera di sorveglianza. Invece di controllare chi delinque davvero, si preferisce monitorare chi transita per caso davanti a un palo della luce.
Analizzando la questione da un altro punto di vista, ritengo che questo "modus operandi" sia senza dubbio efficiente, ma solamente se l'obiettivo è quello di trasformare la vita delle persone in un checkpoint permanente, quasi invisibile, ma reale e funzionante. Del resto, è molto più facile incrociare i numeri delle targhe nei database piuttosto che investire in controlli mirati, pattugliamenti reali e prevenzione concreta verso quei soggetti che lo meriterebbero.
Oggi, la videosorveglianza è diventata una sorta di inquisizione digitale per la quale non esistono innocenti, ma solo colpevoli da smascherare. Spero che le persone inizino presto ad aprire gli occhi e a guardare con maggiore preoccupazione a quanto sta accadendo in Italia e in altri paesi del mondo sul tema della privacy e la tutela dei dati personali.
Ho sempre amato studiare la storia e a tal proposito, alcuni eventi del passato sembrano fatti apposta per ricordarci un verità scomoda, ma inconfutabile: quando uno Stato smette di dare fiducia ai propri cittadini e inizia a controllarli in modo invasivo, non è più la sicurezza a crescere, ma è la libertà a diminuire.
In conclusione, non voglio sollevare dubbi sui sistemi di videosorveglianza in senso assoluto, perché in alcuni luoghi specifici sono indispensabili e ne riconosco l'utilità, ma vorrei far capire che il numero di questi dispositivi dovrebbe essere molto limitato e circoscritto a determinate attività o zone sensibili. Trasformare le nostre città nello studio del Grande Fratello non mi sembra una soluzione adeguata, perché io voglio vivere da cittadino e non da personaggio di un reality show.
"I tuoi dati sono un tesoro": il video del Garante per raccontare cos'è la privacy
mi sento osservato... 🇨🇳 prima volta in CINA!
1 Fonte: Ministero dell'Interno Dal Viminale 24,5 milioni per i progetti di videosorveglianza di 336 comuni, pubblicato il 21 novembre 2025.